Caporali: il dossier della CGIL - I fatti

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CAPORALI: IL DOSSIER DELLA CGIL

ILLEGALITA' DIFFUSA NELLA VALLE DEL SELE
di Giovanna Basile e Anselmo Botte 

La forza lavoro impiegata in agricoltura nella Piana del Sele è costituita in stragrande prevalenza da lavoratori migranti (si calcola che l’80% dei braccianti sia di origine straniera). Alla sostituzione di manodopera è seguita anche quella dei caporali che oggi sono esclusivamente stranieri. I caporali etnici hanno caratteristiche che li differenziano da quelli nostrani, soppiantati ormai da tempo, perché hanno arricchito il loro bagaglio delinquenziale con un nuovo elemento criminale, infatti, oltre alla intermediazione di manodopera, al sottosalario, al lavoro nero, al controllo dei ritmi di lavoro, gestiscono anche la fase degli ingressi e sono diventai uno dei punti cardine della tratta di esseri umani. Non tutte le etnie si comportano allo stesso modo in questa attività criminale, infatti:
- i caporali marocchini si avvalgono del decreto flussi riservato a lavoratori stagionali emanato ogni anno. In questo caso i caporali sono l’anello di congiunzione tra i migranti che aspirano all’ingresso e le aziende agricole. Per ogni ingresso il costo della tangente si aggira intorno ai 7-10.000 euro. Spesso, se non sempre, i migranti subiscono una vera e propria truffa, in quanto il rapporto di lavoro non si perfezione e di conseguenza neppure la regolarizzazione, alimentando in questo modo il proliferare dei migranti irregolari;
- i lavoratori indiani, pakistani e ucraini si affidano invece a dei leader connazionali che controllano le comunità insediate nel territorio e che si avvalgono, per i nuovi ingressi e relativo permesso di soggiorno, di avvocati e consulenti locali compiacenti;
- i lavoratori rumeni, pur essendo comunitari e quindi non bisognosi del permesso di soggiorno, sono alla mercé di una rete ramificata di autisti/caporali che promettono, in patria, rapporti di lavoro sicuri nelle fabbriche alimentari, alloggi decenti, e che invece si sostanziano in lavoro nei campi e tuguri veri e propri. La tangente in questo caso si aggira intorno ai 3.00 euro.
In tutti e tre i casi, spesso si tratta di falsi rapporti di lavoro e i migranti una volta arrivati restano abbandonati a se stessi e a caporali senza scrupolo che spesso li privano dei documenti. Inizia a questo punto la loro riduzione in schiavitù: nella difficoltà di liberarsi da questi criminali dopo aver sborsato cifre ingenti. E la riduzione in schiavitù rende sempre più dinamici i caporali: qualche mese fa si è appreso che alcuni caporali rumeni hanno costretto circa 300 braccianti a votare alle primarie di Eboli. Fermare la tratta di manodopera deve rappresentare una delle priorità nel territorio, anche perché alcune aree della Piana del Sele (la fascia pinetata in località Campolongo) sono diventate terra di nessuno, dove l’illegalità è diffusa e dove lo Stato stenta a marcare la sua presenza. E’ per questo che la prima proposta operativa della CGIL è quella di promuovere presso la Prefettura di Salerno una discussione per la formulazione di un protocollo d’intesa contro la tratta di manodopera nei luoghi di lavoro, la prevenzione e il contrasto al fenomeno dello sfruttamento della manodopera italiana e straniera, al quale devono aderire la magistratura, la polizia, gli enti locali e quelli ispettivi.
COLLOCAMENTO PUBBLICO
Il caporalato dal 2011 è considerato reato penale ed è punito con la reclusione da 5 a 8 anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. Una legge che, purtroppo, ad oggi, non ha dato i risultati sperati. Non c’è nessun caporale in galera ed è in corso un solo processo per intermediazione illegale di manodopera legato ad un giro criminoso di rilascio di falsi permessi di soggiorno, di ingressi illegali e di sfruttamento. Di questo passo non sarà sufficiente il prossimo secolo per venirne a capo. E’ per questo che la CGIL ha deciso di puntare ad attivare il collocamento pubblico in agricoltura. Il ragionamento fatto è molto semplice: oggi il successo dei caporali sta nel fatto che hanno la capacità di smistare rapidamente la manodopera agricola in una rete ramificata e intricata di aziende agricole, solo nella Piana del Sele se ne contano a migliaia. Tali aziende quasi tutte le mattine, all’alba, hanno esigenze di manodopera diversa per numero e per qualifica. Se un’azienda agricola decidesse di rivolgersi ad una struttura pubblica o privata per un avviamento che ha queste caratteristiche non troverebbe nessuno in grado di soddisfare tale esigenza. A tale scopo si dovrebbero istituire opportuni dispositivi di assunzione leciti, creando un luogo pubblico, e controllato, dove si incontrino domanda e offerta di lavoro. E’ nata così l’idea di creare ad Eboli il “Collocamento pubblico contro l’illegalità”. Durante una riunione con grossi imprenditori agrari della Piana, alcuni hanno ammesso che l’intermediazione illegale di manodopera è legato esclusivamente alla fragilità burocratica del nostro sistema che governa il mercato del lavoro agricolo, lontano mille miglia dalle esigenze delle aziende. Un imprenditore disse chiaramente: “Se chiedo trenta persone per raccogliere le fragole, me li mandano quando maturano i carciofi. Sempre buoni sono, ma intanto le fragole?” Insieme a quegli imprenditori e alle organizzazioni datoriali agricole la CGIL ha condiviso il percorso ed ha aperto uno sportello, gestito direttamente dal Comune, nel quale far confluire la domanda e l’offerta di lavoro, metterli in contatto e procedere all’assunzione secondo un protocollo che prevede una premialità per le aziende che assumono utilizzando questo canale.
Purtroppo anche in questo caso le cose non sono andate come avrebbero dovuto: la CGIL ha fatto iscrivere nelle liste del collocamento centinaia di lavoratori migranti e locali, il Comune di Eboli ha messo a disposizione una struttura e il personale, la le aziende agricole che non si sono registrate al collocamento e non hanno, di conseguenza, provveduto ad alcuna assunzione. Sembrerebbe quindi che il caporalato sia diventato un elemento strutturale del mercato del lavoro agricolo, senza il quale viene messo in discussione la stessa sopravvivenza dell’impresa.
LINEE AGRICOLE PER IL TRASPORTO
La fragilità dei lavoratori e delle lavoratrici è creata da molti fattori che li rendono vittime predestinate del caporale, prima di tutto quello di trovare lavoro in un contesto nel quale delle volte i datori di lavoro neanche si sa chi siano (spesso la superficie agricola viene affittata per pochi mesi a commercianti che non hanno alcuna intenzione di perdere tempo appresso alle assunzioni), e poi la necessità di spostamenti rapidi per raggiungere l’azienda e per spostarsi da un’azienda all’altra nei periodi di intenso lavoro. Il trasporto diventa l’altro elemento vincolante dei lavoratori al caporale. Occorre intraprendere percorsi con i Comuni, la Provincia e la Regione, per individuare idonee politiche per il trasporto pubblico dei lavoratori sui luoghi di lavoro, ad esempio utilizzando le “linee agricole” che in alcune regioni sono già incluse nei Piani di Bacino per il trasporto pubblico. Ci rende conto, comunque, che anche il più sofisticato sistema di trasporto pubblico non sarebbe in grado di soddisfare le esigenze di tale contesto: si tratta, nella Piana del Sele, di spostare in 30 minuti, ogni mattina, circa 5.000 lavoratori e smistarli in 3-400 aziende. Per ovviare a ciò la CGIL vorrebbe sperimentare sul nostro territorio un modello che può sembrare estemporaneo: provare a fare una distinzione nel variegato mondo del caporalato e aprire un dialogo con quelli che dagli stessi lavoratori vengono definiti “caporali buoni”, ossia quei caporali che si fanno pagare dai lavoratori esclusivamente il costo del trasporto e non l’intermediazione e tutto il resto, e in più condividono con i braccianti il lavoro e le abitazioni, spesso molto degradate. Insomma, dei braccianti con mezzi di trasporto proprio che offrono alla collettività equivalente al prezzo di un abbonamento sui mezzi di trasporto pubblico. Il ragionamento fatto dalla CGIL è semplice: una volta depurata l’attività criminale dei caporali dalla intermediazione di manodopera, si può usufruire della imponente ed “efficace” rete di trasporto che essi possono garantire. Riciclare la loro attività criminosa e utilizzare la rete capillare dei pulmini, sarebbe di fondamentale importanza per portare nella legalità la parte “buona” del caporalato e, chissà, risolvere il problema del trasporto nelle aziende agricole.
PIU’ CONTROLLI
Per mettere in campo tali proposte è indispensabile una più incisiva azione di vigilanza e di ispezioni mirate delle forze dell’ordine. I controlli a tappeto sulle strade e nelle aziende agricole possono facilitare il successo degli strumenti da attivare. Si chiede, pertanto, una intensificazione del contrasto repressivo, pur sapendo di un terreno reso sempre più problematico dai tagli che non hanno risparmiato neppure le forze dell’ordine, e che ha visto ridursi in maniera considerevole le risorse e le energie per l’attività ispettiva. Basti pensare che le ispezioni sono passate da circa 300.000 del 2009, a 220.000 nel 2014 (-27%). L’anno scorso su 3 aziende ispezionate, 2 risultarono irregolari.
MARCHIO ETICO
Sono ormai maturi i tempi per chiedere un ruolo attivo di tutta la società nella lotta al caporalato attraverso la promozione di un nuovo approccio culturale pretendendo, ad esempio, che la grande distribuzione, i grandi marchi, si impegnino ad inserire in etichetta che quella merce è stata prodotta in aziende che hanno rispettato le normative sul lavoro. Un marchio etico per le aziende virtuose e la promozione di iniziative di screditamento per le aziende sleali.
PERMESSI IN TEMPI BREVI
I rifugiati sono la parte più vulnerabile del lavoro agricolo. E’ lì che si annida parte del lavoro nero che finisce per alimentare il sistema di illegalità. Occorre accelerare i tempi per il rilascio del permesso di soggiorno. Un importante passo in avanti è stato fatto nel momento in cui la gestione dell’accoglienza fu affidata, due anni fa, alle Prefetture (prima era di competenza della Protezione Civile) che attraverso bandi di selezione indirizzate a cooperative e associazioni per l’accoglienza dei profughi smista su tutto il territorio nazionale i migranti che sbarcano nel nostro paese. Tale sistema esclude dalle decisioni le Amministrazioni Comunali dove le stesse strutture di accoglienza sono ubicate. Questo spesso crea disparità nella distribuzione territoriale nel numero di migranti e ha fatto sì che il 50% di essi, oggi, sia concentrato nelle regioni meridionali. È per questo che viene richiesto da tempo che occorre prioritariamente coinvolgere i Comuni, che devono diventare gli interlocutori diretti delle Prefetture onde gestire in proprio il servizio o decidere di affidarlo a strutture di accoglienza di comprovata idoneità. Questo consentirebbe anche di programmare una equa distribuzione dei migranti in rapporto alla popolazione delle Comunità che accolgono, evitando inutili tensioni dovute al concentramento eccessivo di migranti in territori circoscritti. In questo modo si creerebbe un rete capillare di controllo su tutto il territorio nazionale: dalle strutture ubicate nei grandi centri urbani fino alle più piccole comunità delle aree interne, e si destinerebbero ai comuni le risorse per la gestione dell’attività di accoglienza creando le condizioni per una più accurata azione di controllo.

 
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