IL FINE GIUSTO

Editoriale — da il 13 feb 2014 alle 20:36

Bentrovati,

scusate il ritardo, le feste natalizie,  gli accidenti dell’inverno e una serie di concomitanze particolari ci hanno impedito di tornare in edicola con la nostra consueta puntualità,  ma recupereremo presto e bene, potete scommetterci.

A fine anno siamo soliti tracciare dei bilanci per capire se ha ancora senso profondere energie fisiche, intellettive ed economiche in un’esperienza editoriale. Sulla bilancia da un lato abbiamo messo la crisi e dall’altro  “I Fatti”,  inutile dire che la rivista ha vinto. Perché? Perché ha un fine meritevole, nasce e vive per combattere un grande nemico:  la superficialità, il disinteresse, l’ignoranza. Chi esercita il potere si avvale di due strumenti: la forza e la conoscenza. Da cinque  anni dimostriamo che la conoscenza non sempre è appannaggio dei politici di professione della nostra provincia e stiamo facendo proseliti. Lo facciamo nei centri minori, dove è più cupo il disagio, dove sono troppi quelli che decidono di andar via: il barista, il pizzaiolo, il professionista. E si riscopre la Svizzera, la Germania, l’Inghilterra, i più creativi sognano le Canarie dove  “quando fa freddo, la temperatura scende a quindici gradi”. Scriviamo perché crediamo che troppo spesso il sapere è utilizzato per il potere, libera o schiavizza, include o esclude, arricchisce o impoverisce. Direbbe don Milani: “L’operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo lui è padrone“. E’ la conoscenza che rende padroni anche a Salerno e nella sua vasta provincia. Abbiamo deciso di continuare anche perché intorno a “I Fatti” e ai suoi contenuti gravitano quindici persone, molti non hanno ancora trent’anni.

Felicità: una mia amica si é rifatta il naso, lo ostenta orgogliosa e racconta mirabilie del suo esoso chirurgo plastico. Quando le hanno fatto notare che ha un po’ di pinguedine all’addome è andata in depressione e, per riprendersi,  ha richiamato il suo chirurgo plastico. Sarà felice? Forse dovremmo trovare delle alternative,  soluzioni differenti dagli schemi cui siamo stati abituati da venti anni di berlusconismo. Alternativamente orgoglioso è un professore,  non ricco, impegnato nel volontariato. Non vuole l’eredità dello zio cui ha pieno diritto: “Mi sono rivolto ad un avvocato,  non voglio i beni di mio zio, non ne ho bisogno, preferisco che li ereditino i miei cugini”. Perché? “Non non mi servono”. Alternativi sono anche i clienti della signora Maddalena, vende al mercato di Eboli abiti usati in buone condizioni, 1 euro e cinquanta per una camicia in seta pura, 5 euro per un cappotto in lana pregiata. È onesta la signora Maddalena, paga le tasse e consiglia bene i suoi clienti: “E’ inutile spendere  tanti denari, lo dico da tanto tempo, ma la gente non capisce, solo ora che c’è la crisi comincia a capire”. Vittime di inutili sprechi rincorriamo effimere felicità, serve un cambiamento,   forse bisogna essere un po’ come il professore non facoltoso  che , davvero, non ha bisogno dell’eredità del ricco zio.  Consumiamo ogni giorno senza pensare che il consumo sta consumando noi e la sostanza dei nostri desideri. Il cambiamento è dentro di noi. È bello rileggere don Milani:“Il fine giusto è dedicarsi al prossimo e in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola?”. Con queste premesse è possibile ripensare la crisi ed ha senso, nonostante tutto, mantenere in vita una rivista.

Felice lettura

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