LE CONTRADDIZIONI
DELLA RIFORMA
La scuola italiana dentro la crisi sociale ed economica
di Giuseppe Acone*
La Riforma tentata finora dal Governo Renzi, sulla scia di tanti altri tentativi dei governi precedenti, è ferma non solo nelle strettoie della crisi sistemica del Paese, ma anche nella diversa considerazione che ne hanno le svariate fazioni in campo e i vari soggetti di riferimento.
Facciamo qualche esempio veloce per il lettore medio. Gli insegnanti, nella stragrande maggioranza, l’avversano; i presidi e le categorie diverse del lavoro autonomo, i sostenitori della competizione socio-economica, le forze che tendono a staccare la scuola di massa dalle sue funzioni di “guarnizione del Welfare” e di collegarla al mercato e alla figura dell’impresa aziendale, la sostengono.
La contraddizione politica, per dir così, appare del tutto evidente: ad esempio, la scuola di massa è sicuramente una figura di sistema che è più organica al partito principale di governo che al resto della configurazione socio-economica. Si spiega, allora, la difficoltà di un partito come il PD, di far passare una Riforma che, per tanti aspetti, cerca di immettere elementi di valutazione comparativa e competitiva del sistema e di connetterli fortemente alle forme produttive dell’impresa e del mercato (autonomia e valutazione).
Poi, ci sono lacerazioni tra l’approccio teorico corretto e la sua lontananza dalla realtà. Si assumono, ad esempio, i presidi come valutatori (quasi forza monocratica e solitaria), senza fare i conti con la realtà che vede spesso i dirigenti scolastici reclutati con sistemi selettivi assolutamente inadeguati rispetto ai compiti che dovrebbero svolgere.
Allo stesso modo, si continua ad oscillare tra due poli opposti della considerazione della scuola di massa. Essa dovrebbe utopicamente rispondere al tempo stesso a funzioni sistemiche opposte: alla funzione di inclusione e compensazione e a quella di valutazione competitiva e di selezione modellata sulla figura socio-economica dell’impresa e dell’azienda.
Quest’ultima figura è istituzionalmente collegata con quella dell’autonomia scolastica. Finora si tratta di una analogia molto indiretta e per imitazione assolutamente improbabile. Tutte le volte che si tenta di renderla più reale e concreta si ricorre alla dinamica pedagogico-didattica della valutazione e ci si appella alla ragione docimologica, facendo finta di non saper che la scuola di massa italiana è quanto di più distante possibile dalle figure socio-economiche riconducibili alla globalizzazione e al mercato.
La serie di contraddizioni che ne discende è sotto gli occhi di tutti. Una, fondamentale è inerente alla contraddizione tra sistema scolastico e organicità sociale e socio-economica. L’altra inerisce direttamente a quella che ci pare di poter emblematizzare approssimativamente quale ragione docimologica.
Quest’ultima, ad esempio, è quella che viene avanzata nell’ultimo libro di Roger Abravanel e Luca D’Agnese, dal titolo La ricreazione è finita. Scegliere la scuola trovare lavoro (Rizzoli, Milano, 2015), nel quale, nell’intento di aprire una qualche via alla speranza, si saltano molte mediazioni complesse, e si dà l’impressione che basti, all’interno del sistema, cambiare indirizzo didattico valutativo, docimologico e scolastico, per trovare più agevolmente qualche lavoro.
Qui vi è lo spazio solo per dire che magari fosse così. È anche così, in una zona rarefatta di residue eccellenze che confermano il cattivo funzionamento del sistema globale.
Da pedagogista posso qui aggiungere solo questo, considerato lo spazio a disposizione di un breve articolo. La via docimologica (valutativa) alla Riforma della scuola di massa, nel nostro Paese ancora più che nel resto dell’Occidente, si scontra con l’antinomia rappresentata dal fatto che il sistema valutativo ha sempre da fare con un duplice registro: quello psicologico/soggettivo (ciò che Claparède avrebbe definito la scuola su misura); e quello logico/oggettivo, su basi scientifiche, tecnologiche, disciplinari, il quale non crea inclusioni ma prevalentemente selezioni.
Come conciliare questi due registri, non è solo un’antinomia della ragione pedagogica, ma è un’antinomia della ragione sociale ed economica del mondo globale del nostro tempo.
*Professore Emerito di Pedagogia Generale nell’Università di Salerno