Gli auguri agli italiani d’America di monsignor Angelo Spinillo
Intervista — da ifatti il 08 gen 2011 alle 22:38Monsignor Angelo Spinillo è il vescovo della diocesi di Teggiano-Policastro, un territorio che conta quarantuno comuni della provincia di Salerno ed è suddiviso in ottantuno parrocchie. La sede vescovile è nella città di Teggiano.
Monsignore, come può l’uomo salvarsi dall’edonismo?
C’è solo una via, saper scegliere l’essenziale, chi ama la vita sceglie l’essenziale perché sa distinguere che cosa effettivamente fa vivere e cosa, no. La mia impressione è che siamo in una società schizofrenica che ci costringe a fare qualcosa permettendo che ne immaginiamo un’altra. Ci fanno lavorare undici mesi all’anno pensando al mese di ferie. E cioè per undici mesi ci costringono a fare cose che non amiamo.
Qual è il rischio?
Il rischio è che viviamo dissociati, non partecipiamo a ciò che abbiamo davanti. Il lavoro dell’artigiano che elabora qualcosa e la porta fino alla sua realizzazione finale è un lavoro che l’artigiano ama, lo vive bene, non come una schiavitù. Chi lavora soddisfatto non ha bisogno nemmeno delle ferie. Non mi piace l’espressione “bisogna staccare la spina”.
La soluzione qual è?
Amare la vita in tutte le cose, anche in una catena di montaggio se la si guarda con ammirazione per l’intelligenza umana che l’ ha elaborata.
Ai giovani senza lavoro cosa dice?
È il problema del nostro territorio ma, forse anche di tutto l’Occidente, stiamo vivendo una fase di grande depauperamento, la nostra gente si sta riducendo di numero e di fiducia, quando vanno via i giovani si perde la fiducia. A loro vorrei dire di non scoraggiarsi, di continuare un cammino sapendo che la vita ci chiama a delle scelte nuove, particolari che non sono quelle che già abbiamo visto, ma possono essere altre e la storia ce le metterà davanti passo dopo passo.
Nel suo biglietto di auguri annuale lei parla dei segni.
Per vivere bene bisogna dialogare con i segni, la vita è come l’amore, parla attraverso i segni, ogni forma di vitalità è segno che propone qualcosa. Questo vale in generale ma anche nella dimensione religiosa.
Dio è nei segni?
Un segno nella vita come nell’amore è qualcosa che si propone, si presenta e chiama in vita. Dio è così, se lo riconosciamo in tutti i segni della vita, della parola, allora ci sentiremo un po’ in sua compagnia.
Parliamo degli Italiani in America, quanto è forte la loro fede o meglio, loro credono più di noi?
Non credo ci siano grosse differenze, la mia impressione è che ci siano due generazioni distinte, quella dei più adulti che ha vissuto un tessuto di tradizione e di fede abbastanza solido e la generazione un po’ più giovane che si è trovata coinvolta in questo momento di grandi cambiamenti, in cui sembra che la persona non debba avere altre forme di riferimento che se stessa.
Questo credo sia vero da noi ma anche nell’ America del nord.
Perché secondo lei?
È come se i giovani non riuscissero ad entrare nelle forme proprie delle tradizioni dei padri e non riuscissero a vivere la fede come luce presente in tutte le situazioni.
L’edonismo non ha confini?
No, assolutamente. Credo che nei giovani qui da noi e oltre l’Atlantico la dimensione della fede sia vissuta in grandi momenti molto coinvolgenti.
In quali momenti i giovani fanno ricorso alla fede?
Nelle grandi scelte, per esempio quando decidono se sposarsi Allora si pongono tante domande, sentono il matrimonio come qualcosa di importante, lo stesso vale quando nasce un figlio o quando sono chiamati a fare da padrini al figlio di qualche amico, si sentono chiamati. Queste domande ritornano nei momenti difficili, ad esempio la morte di qualche coetaneo. Queste situazioni fanno uscire la parte migliore di ogni persona.
Il dolore è sempre esperienza di crescita?
Si, nel dolore vengono meno le stratificazioni sociali e i giudizi, viene meno l’apparato esteriore e rimane la verità della persona.
L’esperienza di emigrazione a volte è esperienza di dolore, cosa vuole dire ai fedeli della sua diocesi che vivono in America?
Chi emigra guarda a possibilità nuove che il luogo in cui è stato fino ad allora non gli avrebbe permesso, è diversa la situazione dell’esiliato. Lo pensavo nei giorni del Natale, riflettendo sulla fuga in Egitto di Giuseppe, di Maria e del Bambino Gesù. L’emigrante invece parte verso orizzonti che paiono più luminosi.
Il ruolo della Chiesa rispetto all’emigrazione qual è stato?
Forse abbiamo un po’di colpa, adesso sentiamo il desiderio di ristabilire certi contatti o almeno li abbiamo ristabiliti negli ultimi venti anni. In passato ci si attendeva di più da chi era emigrato, penso al contributo per le feste patronali. Nel tempo però tanti parroci hanno fatto tanto, penso ai bollettini parrocchiali, a “Voce Amica” di Caggiano o al bollettino di San Rufo, e poi ci sono stati i grandi movimenti della Chiesa nazionale che accompagnavano i migranti.
Chi è emigrato sente di non voler perdere la sua identità perché, forse, il mondo in cuoi sono arrivati è un mondo in cui è difficile sentirsi ricchi interiormente, e allora diventa ricchezza il patrimonio in cuoi si è nati e ci si è formati.
Qual è l’augurio che intende rivolgere agli italiani in America, alla comunità di Sacco, di Teggiano, di Monte San Giacomo, di Sala Consilina e dell’intera diocesi ?
L’augurio è quello di continuare a vivere con grande fiducia nel bene vero che il Signore ci ha insegnato, il ricordo dei luoghi di origine con tutta la forza di valori spirituali e affettivi possa essere un fermento, qualcosa che li sostenga, li incoraggi e li aiuti ad essere propositivi nel mondo nel quale vivono. Il mio augurio è che sappiano dare la dimensione umana che hanno imparato nel paese di origine nelle loro nuove comunità.


Tweet This
Digg This
Save to delicious
Stumble it
1 Commento
Grazie a Monsignor Spinillo, nostro punto di riferimento spirituale.
Una lettrice teggianese