di Ornella Trotta

 

 

Apro le porte, spalanco le finestre, riordino, spolvero, mi sorprendo a cantare.  Ritorno alla casa paterna con l’entusiasmo del rientro da un viaggio o da un esame superato brillantemente. Sto provando a prendermi cura del giardino, é davvero bello. E’ tempo di albicocche e di gelsi.  A quasi due anni dalla scomparsa di mamma e a dieci anni da quella di papà,  il dolore é meno acuto, é sopportabile, si fonde con la nostalgia.  Ma quando resto sola, il Silenzio mi domanda: dov’è il vociare di mamma e delle sue amiche? Il clacson della Panda di papà? I giochi e i discorsi con le nipotine? Il fatto é che i suoni e gli odori mettono radice dentro di noi e scavano buche difficili da ricolmare. Per fortuna  il mio studio, piccolo e accogliente, in fondo alla grande casa è rimasto uguale: stesso scrittorio, stessa poltrona rossa, stesso portapenne, anche le  matite sono le stesse. La lattina gigante di Coca Cola conserva le pagine ingiallite dei miei primi articoli. In quello spazio studiavo, scrivevo, pensavo. I giornali me li portava mio padre entusiasta e sorridente, a volte distratto e rimproverante: “Hanno scritto questa cosa su Campagna e tu dormi”.  “Papà, leggi il nome,  l’ho scritta io questa cosa”.  La cucina, le due cucine, erano i feudi inespugnabili  di Mamma. In particolare la seconda cucina era il regno dell’abbondanza, il segno tangibile dell’amore di  Dio per l’uomo.  “Che vuoi per pranzo?” Era la domanda di Mamma delle ore dieci. Pantaloncini corti e ginocchia incastrate fra sedia e cassetti, un matita lunga a raccogliere i capelli, alzavo la testa dai libri e davo, sempre, la stessa acida risposta:  “Niente”. “Ma come niente?” “Per me va bene tutto, lasciami stare”. Mi pentivo subito e mi correggevo. “Quello che piace a voi, non ti preoccupare per me”.  A volte mi malediva, altre volte provava a rassicurarmi. I sensi di colpa li sento ancora adesso, ma  per fortuna ho imparato a perdonarmi.

Nel mio studiolo mi riparavo dal chiasso di una famiglia numerosa e festosa. Quando ero sotto esame percepivo tutti come detestabili  intrusi. A nessuno era concesso oltrepassare il limite del primo corridoio. Venti anni dopo quello studiolo è la cameretta estiva di mio figli. Le mie passioni vivono in lui, sto colmando i buchi. 

Adesso quella casa é vuota, il luogo ideale per scrivere e studiare. A volte invito pochi buoni amici e in compagnia ritrovo la gioia di quei giorni. 

Ma, darei tutto per risentire, anche una sola volta, il profumo della mia mamma e  il suono festante del  clacson della Panda di mio padre.

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