di Marco Naponiello

 

Da anni si consuma il dilemma accademico tra i fiscalisti  nostrani, per evitare l’evasione e l’elusione tributaria, ossia il “Pagare tutti per pagare meno o pagare meno per pagare tutti”,  ma intanto con il passare dei lustri, l’unico dato certo per il contribuente dello Stivale è quello di essere tra i più tartassati del mondo, salvo lamentandosi dopo  aver onorato le gabelle, di ricevere in controprestazione dei servizi scadenti sia in termini qualitativi, e specialmente quantitativi, da uno Stato che assume sempre più le sembianze di un avido patrigno.

Pertanto il 17 di giugno è una data da ricordare come funerea per le tasche degli italiani; infatti secondo recenti stime, saranno versati circa 33 miliardi di euro nelle casse dell’Erario pubblico: tributi locali (IMU e Tasi) in testa ed altre scadenze impositive come le ritenute dell’ Irpef degli imprenditori ( a loro volta molte imprese  sono in sofferenza finanziaria e avranno difficoltà ad onorarle) verso i dipendenti, l’Iva etc, in definitiva sarà un ginepraio di normative e scadenze tra cui districarsi, che renderà ancora più torrida la giornata al contribuente.

Dunque la ricorrenza di questo Tax Day, rende palesemente improcrastinabile la  necessità, non solo di esemplificare il sistema tributario italiano in toto, cosi allineandolo a quello dei Paesi evoluti, ma contingente rimane l’opportuna riduzione sia del numero di tasse ed imposte varie, parimenti calmierando o addirittura abbassando le aliquote, per far si di liberare delle consistenti risorse. Promesse  queste cavallo di battaglia di ogni campagna elettorale, poi sistematicamente non mantenute  dai Governi in carica.

Ma occorre invero, preliminarmente, una rimodulazione  a livello comunitario del Fiscal Compact, cioè la regola granitica per cui uno Stato sovrano non possa sforare il 3% del debito sul PIL, un nodo scorsoio per la nostra economia, su cui ogni anno  i burocrati di Bruxelles non transigono.

Strano però, o quanto meno dal sapore peregrino, che per la UE, questa sia una regola imprescindibile ma che allo stesso tempo non vale in tutte le democrazie a capitalismo avanzato extra-continentali ( e nell’ultimo quinquennio, ad onor del vero, anche alcune Nazioni dell’Unione non hanno rispettato), pensiamo agli USA ed al Giappone, le due superpotenze economiche storiche per eccellenza, le quali hanno a loro volta “godono” di un debito pubblico spaventoso, ma che continua tranquillamente a crescere, senza che ciò sia minimamente ostativo alla tenuta economica strutturale di quelle Nazioni,pensiamo al Pil e ai parametri dell’ occupazione

In ultima analisi, queste sono le sfide che attenderanno le future classi dirigenti sia a livello nazionale come anche negli ambiti degli enti locali, ove anche vige il patto di stabilità (interno) che non permette assunzioni o investimenti di lungo respiro, facendo il paio a una burocrazia borbonica che tra lacci e lacciuoli vari non libera idee energie e finanze private che possono far mutare rotta ad una stgflazione che per l’Italia dura da 10 anni e ci fa galleggiare in un limbo di indeterminatezza generalizzata.

Per intanto parafrasando il grande Antonio de Curtis, in arte Totò all’italiano medio Non resta che dire:”… E io pago!”

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